KAREN
THOMAS
O LA PITTURA COME RICERCA ESISTENZIALE
Chi si ritrovi dinanzi ad una tela di Karen Thomas, finita
o non finita che sia, non resta indifferente o estraneo,
ma subisce, senzaccorgersene, unattrazione.
Cosa è che lattrae, o cosa è che colpisce
i suoi occhi, i suoi sensi, in una parola, la sua percettività?
Lesplodere dei colori, le forme, le immagini, i segni?
Più probabilmente, un qualcosa di inidentificabile,
come una pulsione, unenergia, una vis segreta che
scorre fra i colori, le forme, le immagini o i segni e che
si tra-smette, quasi per via subliminale, allo spettatore
o al-la spettatrice. Per più dun sintomo si
avverte che Karen Thomas cerca qualcosa. Ma cosa cerca?
Se stessa? La propria identità? La radice dellinquietudine
umana? La ragione profonda per la quale lessere umano
non riesce a trovare unarmonia né con se stesso
né con gli altri, nel rapporto di coppia o nel rapporto
sociale? Una qualche luce al mistero per il quale ciascuno
o ciascuna di noi, alla fin fine, resta solo o sola, nel
solitario confino della propria pelle, come
dice Tennessee Williams? La soluzione dellenigma di
Isadore Ducasse? Un nuovo modo di dipingere? La pietra filosofale
e lelisir di lunga vita? La perfezione? Loro
zecchino? Qualunque cosa cerchi, la sua pittura sembra proporsi
come una ricerca di specie esistenziale, se non come un
cammino lungo la via in fondo alla quale dimora lEssere.
Le prove non mancano. Linsistenza quasi ossessiva
con cui coltiva il tema della Nike di Samotracia, il capolavoro
da lei visto al Louvre, dove si recava ad eseguire le copie
dei grandi maestri della storia dellarte. La passione
che la lega a quella figura senza testa, senza braccia,
ma alata: le ali come simbolo della libertà, della
elevazione, del volo, della vittoria che la
donna spera o sogna di riportare sulle mutilazioni che la
vita, la storia o la società le hanno inferto. Lamore
che nutre per Marc Chagall, il pittore aereo, delle prodigiose
ascensioni, dei pesci e degli altri animali volanti, dei
violinisti sugli alberi o sui tetti, degli angeli o arcangeli
che planano nella voliera dei quadri. La ricerca che Karen
Thomas persegue è duplice e parallela: sul piano
spirituale, diretta a dare un senso allesistenza,
o alla propria esistenza; sui piano pratico, diretta a trovare
una propria strada, una propria autonomia espressiva, una
propria cifra stilistica. Sotto questultimo aspetto,
il suo lavoro può essere definito, oltre che come
work in progress, come work in process, in quanto mostra
allosservatore o allosservatrice litinerario
processuale attraverso il quale la tela si fa o si costruisce.
Per molti versi, la tela non finita, o la tela bianca, appaiono
più interessanti delle tele compiute. Non solo per
il fascino del non finito, o perché la
fine segna, sia pure momentaneamente, lestinzione
della ricerca, del desiderio e del progetto creativo; ma
anche e soprattutto perché la transizione dalla tela
bianca alla tela dipinta nasconde uno degli aspetti più
affascinanti e misteriosi dellattività artistica:
la genesi della creatività o, più semplicemente,
il farsi, in concreto, dellopera pittorica.
La Thomas non parte dalla tela bianca. Sa per esperienza
che la tela bianca può dare, come il foglio bianco
per lo scrittore, un senso di angoscia, o suscitare quello
che si suole chiamare il dramma dellinizio.
La tela la prepara. Ma è come se partisse dalla tela
bianca: per la pennellata larga e soffusa, rapida e sicura,
quasi spavalda, per il modo moderno di dipingere, ossia
per la tendenza a dar vita alle forme, alle immagini, alla
luce direttamente con i colori, alla stregua di Matisse
e dei successori del maestro fauve. Al pari di Giorgio de
Chirico e di Alberto Moravia, la Thomas non crede allispirazione,
al démone alato che visita lartista e gli detta
ciò che deve fare. Crede che lispirazione,
se mai, venga facendo, col fare, sul fare, sempre che la
si possa chiamare ispirazione. Non cè aria
di febbre, di delirio, di furore creativo nel suo studio.
Nessun segno di Sturm und Drang. Nessun disordine vertiginoso.
Anziché precipitarla nellagitazione, il lavoro
la rilassa, la distende, la placa. E lavora più per
se stessa che per gli altri. Non che disdegni il giudizio
altrui e il consenso del pubblico; ma non fa nulla perché
i suoi quadri piacciano, niente che possa limitarne la libertà
espressiva o interferire nel suo lavoro. Benché in
possesso di esperienze internazionali, nonché di
un curriculum invidiabile, Karen Thomas sembra ritrovarsi
costantemente in uno stato danimo verginale rispetto
alla pittura, come se fosse sempre una esordiente, o come
se dovesse ricominciare sempre da capo, facendo tabula rasa
del passato, di ciò che ha realizzato sinora. Vorrebbe
forse cancellare anche la lezione dei pittori che le sono
più congeniali - i maestri dellespressionismo
tedesco - e che traspare dalle maschere, dalle figure, dai
volti, dai colori che dominano molte delle sue tele. Vorrebbe
forse attingere una autonomia espressiva assoluta. Ma le
esperienze non si eliminano a piacere, e daltro canto
concorrono, con altri elementi, a definire la personalità
dellartista. In bilico tra figurazione e astrazione,
tra realtà e irrealtà, tra visione e visionarietà,
tra ragione e sogno, tra illusione e delusione, la Thomas
è una sorta di pittrice in incessante viaggio o transito.
Ma dove può andare, al di fuori dellespressionismo
astratto già praticato in modo superbo da Jackson
Pollock? Esiste una nuova via, o una via nuova? Con ogni
probabilità, una via totalmente nuova è una
chimera, un miraggio, una fata morgana, ma proprio per questo
quanto mai seducente.